Messaggio di Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, consegnato al Pontefice

bartolomeo_francesco

Santità,

La grande solennità dei santi, gloriosi ed eccellentissimi capi degli apostoli Pietro e Paolo è davvero un’occasione di grande gioia e celebrazione per la Chiesa di Roma — dove i santi apostoli hanno ricevuto la corona del martirio — come anche per la Chiesa in tutta l’oikumene, che per mezzo di loro ha ricevuto il messaggio della buona novella di Cristo. Pertanto, anche noi partecipiamo ai vostri sentimenti di festa e ci uniamo spiritualmente alle vostre celebrazioni attraverso il proseguimento della tradizione benedetta dello scambio di delegazioni in occasione delle nostre rispettive feste del Trono.

Santità, i nostri auguri fraterni in questa solennità vengono trasmessi personalmente dalla nostra delegazione patriarcale, guidata da sua Eccellenza l’arcivescovo Job di Telmessos, co-presidente della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra le nostre due Chiese sorelle, sua Grazia il vescovo Theodoretos di Nazianzo e il reverendo diacono Alexandros Koutsis, segretario della venerabile delegazione di quest’anno.

In un inno per questa gloriosa festa, cantiamo che i santi apostoli Pietro e Paolo, «cittadini della Gerusalemme altissima, roccia della fede, predicatori della Chiesa di Cristo, coppia della Trinità, pescatori del mondo, abbandonando oggi le cose in terra, hanno camminato nella verità verso Dio, e lo implorano con audacia perché le nostre anime siano salvate» (Vespri della solennità). La loro testimonianza della verità del messaggio evangelico, come anche la loro testimonianza nei fatti durante la loro vita fino al martirio, servono a tutti noi come promemoria costante di ciò che è l’esempio cristiano autentico nel mondo contemporaneo e, in tal senso, è un modello e un paradigma. Come ci esorta a fare l’apostolo Paolo nella sua lettera agli Ebrei, li ricorderemo, loro che ci «hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Ebrei 13, 7).

La proclamazione del Vangelo di Cristo nel mondo secolarizzato d’oggi, basata sul modello della missione dei gloriosi apostoli Pietro è Paolo, è un dovere per entrambe le nostre Chiese. A tal fine, il santo e grande concilio della Chiesa ortodossa che si è riunito a giugno 2016 nell’isola di Creta, nel suo messaggio ha sottolineato che «la rievangelizzazione del popolo di Dio nelle società moderne secolarizzate e l’evangelizzazione di coloro che ancora non hanno conosciuto Cristo continuano a essere un dovere incessante per la Chiesa». L’unità dei cristiani è un presupposto necessario per adempiere in modo efficace a questa missione della Chiesa. La nostra testimonianza comune dinanzi alle numerose sfide del mondo contemporaneo costituisce una testimonianza positiva per la Chiesa di Cristo e per avvicinarci maggiormente per la realizzazione di questa unità. Dopotutto, è nelle nostre azioni comuni che sperimentiamo la forza dell’unità e della solidarietà, diventando sempre più consapevoli della sventura della divisione.

È dunque in tal senso che il dialogo teologico, che prosegue da quasi quarant’anni tra le nostre Chiese sorelle, costituisce una priorità e può darci molta speranza. Siamo particolarmente lieti che la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico stia entrando ora in una nuova fase e che il Comitato di coordinamento, che si è riunito lo scorso settembre nell’isola di Leros, abbia scelto come tema per la prossima fase del dialogo: «Verso l’unità nella fede: questioni teologiche e canoniche». Di fatto riflettere insieme sulle questioni teologiche e canoniche che restano irrisolte è essenziale per ripristinare la comunione tra le nostre Chiese sorelle. Come sappiamo, le sottocommissioni per la redazione di una bozza di documento stanno già lavorando su questo argomento, come anche sull’importantissimo tema del «Primato e sinodalità nel secondo millennio e oggi». Preghiamo perché l’incontro del comitato di coordinamento del prossimo novembre nel monastero di Bose riesca a ultimare questi due documenti. Ed è nostra speranza che le divisioni del passato possano essere superate al fine di dare una testimonianza comune al nostro mondo contemporaneo, «perché con un solo animo e una voce sola rendiamo gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (cfr. Romani 15, 6).

Naturalmente la nostra testimonianza comune nel mondo non può limitarsi solo al dialogo teologico, ma deve includere anche l’azione comune dinanzi alle sfide del nostro tempo. Pertanto, siamo stati particolarmente lieti di incontrarla personalmente, lo scorso maggio, durante la nostra visita alla sua Sede e di parlare alla fondazione “Centesimus annus” in occasione del suo XXV anniversario. Nel nostro intervento, intitolato «Un’agenda cristiana comune per il bene comune», abbiamo ribadito la nostra profonda convinzione che il futuro dell’umanità sia legato alla resistenza alla «crisi di solidarietà», attraverso l’istituzione di una cultura di solidarietà nei campi dell’economia e dell’ecologia, della scienza e della tecnologia, come anche della società e della politica. Come abbiamo concluso, siamo chiamati a continuare il nostro cammino comune, il nostro dialogo teologico, la nostra lotta comune e la nostra comune testimonianza cristiana di amore.

Pertanto, pieni di speranza, attendiamo con piacere di incontrare lei e i capi delle Chiese cristiane del Medio oriente a Bari, il mese prossimo, per pregare e riflettere sulla pace e la riconciliazione. Siamo certi che il nostro ruolo di Chiese sia essenziale per la pace in terra. La vera pace nel mondo non è semplicemente l’assenza di guerra ma, fondamentalmente, la presenza di libertà, giustizia e solidarietà. Il mondo si aspetta che le nostre Chiese guidino le persone verso la profondità di questa verità, verso un cambiamento della mentalità e della vita, e verso una mutua comprensione. In tal senso, il santo e grande concilio della Chiesa ortodossa ha sottolineato: «Il dialogo interconfessionale onesto porta allo sviluppo di fiducia reciproca e alla promozione di pace e riconciliazione […]. La vera pace non si ottiene con la forza delle armi, ma solo attraverso l’amore che “non cerca il suo interesse” (1 Corinzi 13, 5). L’olio della fede deve essere usato per lenire e guarire le ferite degli altri, non per riaccendere nuovi fuochi di odio» (Enciclica, par. 17).

Santità, carissimo fratello Francesco, mentre oggi celebriamo la festa del Trono della Chiesa di Roma, ribadiamo il nostro profondo desiderio di progredire insieme sul cammino verso la comunione delle nostre Chiese; come afferma la nostra innografia: «Una gioiosa festa ha rifulso oggi agli estremi della terra, l’onoratissima memoria dei più saggi Apostoli e loro principi, Pietro e Paolo: e così Roma danza e si rallegra. Anche noi, fratelli celebriamo con canti e salmi questo onoratissimo giorno» (cfr. Aposticha, Vespri della Solennità).

Preghiamo perché il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo le conceda salute, forza, pace e molti giorni per proseguire il suo ministero a favore delle preziose anime affidate alla sua cura e saggezza papale. Trasmettendo a vostra Santità, alla venerabile gerarchia e ai fedeli amanti di Cristo della sua Chiesa i nostri più cordiali saluti, l’abbracciamo fraternamente e rimaniamo, con grande onore e amore nel Signore, che preghiamo voglia rafforzare la nostra fede e condurci verso l’unità.

Dal Patriarcato Ecumenico, 29 giugno 2018
di vostra Santità l’amato fratello in Cristo.

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