Homilía del cardenal Leonardo Sandri en las exequias del cardenal Albert Vanhoye, SI

LEONARDO Card. SANDRI
Vice decano del Collegio Cardinalizio

Omelia
Esequie del Signor Cardinale Albert Vanhoye, S.I.

Sabato, 31 luglio 2021

«Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede […] Egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova».

1. Le parole dell’autore della Lettera agli Ebrei hanno introdotto la liturgia della Parola di questa celebrazione esequiale con la quale diamo il congedo cristiano al nostro fratello il Cardinale Albert Vanhoye: pochi giorni fa, il 24 luglio, aveva compiuto 98 anni, e il giorno successivo aveva raggiunto i 67 anni di ordinazione sacerdotale. Un uomo e un cristiano rigoroso e determinato, capace quando aveva diciotto anni di attraversare a piedi la Francia ormai occupata dai nazisti per poter entrare nella Compagnia di Gesù. Questo particolare biografico dice molto della sua intera esistenza: padre Albert infatti non ha mai smesso di camminare. Se fisicamente la sua vita è stata segnata dallo studio e dall’insegnamento, costatogli lunghe ore di dedizione e approfondimento, il suo itinerario interiore si è sempre più approfondito, alimentato dal fuoco di amore per la Parola. Egli non l’ha mai trattata come arido testo da dissezionare e scomporre, ma è stato capace di cogliere sempre dietro le strutture e la composizione dei brani il rimando a colui che ha parlato nei tempi antichi in molti modi e ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio, come recita l’inizio della Lettera agli Ebrei. Un testo questo, conosciuto dal Cardinale Vanhoye perché oggetto della sua tesi di dottorato, per molti anni insegnato a generazioni di studenti del Pontificio Istituto Biblico: padre Albert ha spezzato quelle parole e le ha consegnate in numerosi corsi di Esercizi Spirituali, secondo il metodo di Sant’Ignazio, nella cui memoria liturgica siamo riuniti per celebrare il funerale del nostro venerato fratello. Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio: in una delle predicazioni di padre Albert egli esclamava «Ci siamo troppo abituati a questa iniziativa divina! Dio avrebbe tanti motivi per non parlare più al suo popolo, ma non si è mai rassegnato!». Come l’autore della Lettera agli Ebrei, che il nostro fratello cardinale definiva come “affascinato dal Figlio”, egli chiedeva la grazia che fosse l’esperienza anche di ciascuno di noi, attratti non da una gloria lontana, ma da quella che ci introduce alla comunione con Dio.

2. Andando a benedire la salma del nostro amato Cardinale Vanhoye, la sera della sua morte, l’ho visto rivestito della porpora cardinalizia, come è giusto che sia, ma composto con la mano che stringe la sua croce pettorale: un abito e una dignità a lui conferiti non come privilegio, ma riconoscimento del servizio e della totale dedizione, nello studio e nella predicazione, sempre distinguendosi per il suo sentire cum Ecclesia. Il rosso della porpora come immagine di una fedeltà instancabile a Colui che è fedele: padre Albert ci ha insegnato a riprendere il linguaggio sacerdotale in riferimento a Cristo, a partire dalla Lettera agli Ebrei, mettendoci in guardia da uno svuotamento di apparenze rituali e facendoci cogliere la radicale novità del sacerdozio del Nuovo Testamento. Le categorie e i simboli dell’antico sommo sacerdozio, che giunsero come ci raccontano diversi episodi della Scrittura a creare gelosie ed ambizioni, sono rivissute dall’unico Sommo Sacerdote, misericordioso e degno di fede, che non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo. Molti di noi eravamo presenti alla predicazione degli Esercizi Spirituali alla Curia Romana nel 2008, e siamo stati presi per mano da un fratello nella fede totalmente rapito dalla Parola che ci annunciava: egli ci ha chiesto di scuotere la polvere accumulata per riscoprire la straordinaria luce che promana dal sacerdozio di Cristo, al quale noi stessi siamo associati per la grazia dello Spirito Santo. Quasi anticipando quel giubileo della Misericordia che Papa Francesco ha proclamato pochi anni dopo, siamo stati condotti a contemplare il tratto distintivo del Cristo, la misericordia: «Non si tratta del sentimento superficiale di chi si commuove facilmente. Si tratta di una capacità acquisita attraverso l’esperienza personale della sofferenza. Bisogna essere passati attraverso le stesse prove, le stesse sofferenze di coloro che si vogliono aiutare. Cristo sa compatire perché è stato provato in tutto come noi».

3. L’esistenza del biblista e Cardinale Vanhoye la possiamo paragonare a quella dello scriba divenuto discepolo del Regno, capace di trarre dal suo tesoro cose antiche e cose nuove: per sessantasette anni ha celebrato l’Eucaristia, cogliendo in essa la dimensione sacrificale a partire anche da quanto consegnatoci dalla Lettera agli Ebrei. Lo ha fatto con la sapienza dello Spirito, rimanendo autenticamente nella Tradizione viva della Santa Chiesa: ne sono prova il lungo servizio e collaborazione con alcuni Dicasteri della Curia Romana, e specialmente per la competenza offerta nella Pontificia Commissione Biblica, come ricordato dal Santo Padre nel telegramma reso pubblico ieri. Il nostro fratello ha spiegato ed è rimasto legato al Sacrificio di Cristo sulla croce, anticipato e reso presente nell’Ultima Cena, come il memoriale che tra poco celebreremo su questo altare. Con lo stupore e gli occhi di un fanciullo il Cardinale Vanhoye sottolineava quel “rese grazie” di Gesù prima di spezzare il pane e diceva: «Gesù rende grazie al Padre, come se esclamasse Ti ringrazio per questo pane, corpo e sangue, per avermi dato un cuore pieno di amore che desidera ardentemente questo dono» e poi proseguiva con un esame di coscienza valido per tutti noi «non ci rendiamo abbastanza conto della trasformazione attuata in quel momento, del dinamismo di amore vittorioso che rendiamo presente celebrando e ricevendo l’Eucaristia».

4. Ora per il nostro fratello il Cardinale Albert Vanhoye la promessa racchiusa nella Parola amata, studiata e consegnata a noi si compie: si spalanca la vita eterna in cui Gesù desidera che siano con Lui quelli che il Padre gli ha dato, come abbiamo ascoltato nel Vangelo. Possa contemplare la sua gloria — Cordi tuo unito come recita il suo motto cardinalizio — e possa farsi intercessore dinanzi al trono del Sommo Sacerdote misericordioso e degno di fede, entrato una volta per tutte nel santuario celeste. A noi che restiamo nel pellegrinaggio terreno resta forte l’invito della Lettera agli Ebrei, ripetuto con l’esistenza e con la morte dal nostro fratello, «a correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento».

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